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Arteterapia, cos’è?

Arteterapia, cos’è?

L’arteterapia è una disciplina che apporta benessere attraverso il processo creativo e non verbale; il suo potenziale trasformativo è risultato essere in grado di apportare un cambiamento positivo nella vita di chi si avvale di questo particolare intervento terapeutico, in quanto pone le persone nelle condizioni di entrare in contatto con la propria realtà interna, riconoscerla, trasformarla, accettarla.

I laboratori di arteterapia promuovono l’atto creativo attraverso il disegno, la pittura e le arti plastiche e sono rivolti a tutti coloro che sono interessati a beneficiare di questa forma di terapia, così come a coloro che desiderano sviluppare la propria espressione artistica. Il lavoro, individuale e di gruppo, sarà portato avanti attraverso l’uso di diversi materiali artistici e l’ascolto dell’emergere dell’espressione personale, l’ascolto interiore, a cui si aggiunge lo scambio emozionale e relazionale nel lavoro in gruppo.

Perché iniziare un percorso di Arte terapia –   l’arteterapia facilita, attraverso il percorso creativo,  lo sviluppo di capacità intrapersonali ed interpersonali e porta allo sviluppo e alla crescita personale.

  • per imparare a conoscere e riconoscere le emozioni
  • per far emergere e metabolizzare eventi traumatici
  • per lasciar andare la sofferenza e migliorare il proprio benessere
  • per affrontare fasi critiche della vita e recuperare l’equilibrio
  • per migliorare la propria intelligenza intrapersonale e interpersonale
  • per sviluppare abilità motorie e creative
  • per sviluppare capacità di comunicazione non verbale

I laboratori di arteterapia a Lecce sono rivolti a bambini, adolescenti ed adulti e sono organizzati sia in percorsi individuali che in piccoli gruppi.  

 

 

Mindfulness, cos’è?

Mindfulness, cos’è?

La Mindfulness è una pratica di consapevolezza che è dimostrato scientificamente essere di notevole aiuto nel ridurre lo stress, l’ansia e la depressione  e nel facilitare il benessere psicofisico ed il rilassamento, proprio per questola sua applicazione sta incontrando un sempre maggiore interesse sia in ambito privato che clinico.

La sua diffusione è dovuta a Jon Kabat-Zinn, che nel 1979, fonda la prima Clinica per la riduzione dello stress del University of Massachussets Medical Center basata sulla coltivazione della consapevolezza. Kabat Zinn grazie ai suoi studi e ai suoi percorsi di meditazione, ha ideato un percorso strutturato, il protocollo MBRS, in cui la tecnica Mindfulness viene abbinata ad aspetti psicoeducativi e scientifici con l’obiettivo di eliminare o ridurre la sofferenza sviluppando una profonda comprensione e accettazione dei propri stati mentali, nel momento presente, senza giudizio.

Il protocollo, specifico per il trattamento dello stress e dell’ansia, ha una durata di 8 settimane, con un incontro a settimana della durata di circa 2 ore e mezza ciascuno, oltre alla pratica di esercizi da svolgere in gruppo ed esercizi da svolgere a casa quotidianamente e comprende pratiche di consapevolezza sul respiro, sensazioni, emozioni, pensieri, nel mangiare, nel camminare

Tutti i programmi “Mindfulness based” hanno come obiettivo il benessere della persona,  ma cos’è la Mindfulness? Cominciamo con il dire cosa non è: non è una tecnica di meditazione, non è la panacea per tutti i mali, non è una moda, non è un modo per passare un’ora in gruppo.

La Mindfulness è  una modalità dell’essere. Può essere descritta come “il permettere al presente di essere così com’è”  ed, al tempo stesso,  permettere a noi stessi di “essere ciò che siamo”, semplicemente, in questo presente”.

Ricerche scientifiche sulla Mindfulness hanno dimostrato che le pratiche di consapevolezza comportano un aumento del benessere psicofisico, aumento della creatività, della capacità mnemonica e di concentrazione, dell’autostima, della qualità delle relazioni interpersonali. Si è rilevato, al tempo stesso, una diminuzione di stress, ansia e depressione ed una minore reattività emotiva

Negli incontri di Mindfulness a Lecce sperimenteremo particolari tecniche per sviluppare e consolidare questo stato dell’essere, ciascuno  in base al proprio livello di pratica di consapevolezza.  Durante ciascun incontro  si alterneranno momenti di pratica meditativa, esercizi energetici, momenti di condivisione su  tematiche fondamentali per lo sviluppo della consapevolezza e la pratica Mindfulness.

I° INCONTRO – Nel primo incontro di Mindfulness a Lecce saranno approfonditi alcuni tra gli aspetti fondamentali per un corretto approccio alla Mindfulness come l’attenzione e l’atteggiamento. Verrà  approfondito il concetto di mente del principiante che consiste nel guardare all’esperienza come se fosse la prima volta, ritrovando la freschezza del percepire ogni cosa come nuova. Nella pratica Mindfulness verrà chiesto di portare questa freschezza nel quotidiano, provando a fare  le cose di ogni giorno con occhi nuovi, come se fossero fatte per la prima volta.  Questo permette di cogliere  tutte le opportunità che il nostro presente ci offre e di cui non siamo consapevoli a causa della nostra “naturale” attitudine a stare con il pilota automatico attivato e a farci “portare a spasso” dalla mente errante .Portare l’attenzione al respiro è uno strumento fondamentale per aumentare la nostra presenza e ci aiuta a stare nella consapevolezza originaria, quella condizione che abbiamo a nostra disposizione dalla nascita. Nel protocollo MBSR conosceremo diverse pratiche che  hanno lo scopo di farci approfondire la conoscenza di noi stessi, dei nostri processi mentali e degli strumenti per sviluppare il nostro livello di consapevolezza. La prima parte, per molti, risulta esser anche la più difficile, perché ci si distrae facilmente e si può rimanere delusi, per questo  la Mindfulness ci chiede la sospensione del giudizio e la mente del principiante per sviluppare una sincera curiosità e interesse verso le pratiche di consapevolezza e verso noi stessi.

Questo ci permetterà di accogliere ogni momento di pratica così come viene: se la mente è affollata di pensieri o vuota, se percepiamo o non percepiamo il corpo va ugualmente bene perchè la Mindfulness insegna a prestare attenzione alla nostra esperienza del momento presente. Non si tratta di raggiungere un obiettivo, dunque, ma di accogliere il momento presente.

Gli incontri di Mindfulness, individuali o di gruppo, saranno condotti dalla dott.ssa Angela Simone, Psicologa e Naturopata, istruttrice Mindfulness a Lecce con decennale esperienza nella conduzione di gruppi di meditazione e crescita personale.

La figura del Naturopata

La figura del NaturopataLa Figura del Naturopata

Cosa può fare un naturopata? Come può contribuire alla salute e benessere di un individuo? La Naturopatia è l’arte di guarire attraverso tutto ciò che è naturale. E cosa c’è di più naturale che rispettare i principi che regolano l’equilibrio fisiologico del corpo e della mente? L’uomo è un complesso sistema di corpo, mente e spirito; un agglomerato di sensazioni ed emozioni; un intreccio di relazioni ed esperienze. Ciascun individuo è memoria cellulare e psichica. Cosa può fare dunque un naturopata se non sostenere l’uomo nella sua ricerca di equilibrio, ogni qual volta lo perde a causa di un evento stressogeno interno o esterno? Un naturopata, da questo punto di vista, può essere paragonato a un giocoliere alchemico che con maestria potenzia i punti deboli partendo dai punti di forza presenti in ciascun sistema-uomo: che sia attraverso il corpo o la mente poco importa, ciò che conta è rinforzare e stimolare le naturali capacità di auto-guarigione del corpo e sostenere l’individuo mentalmente ed emotivamente. Tre livelli, organico, psichico ed emozionale, perfettamente integrati tra loro, in continuo divenire per il raggiungimento del proprio equilibrio dinamico.

Tra i principali obiettivi della naturopatia vi è, dunque, quello di stimolare la vitalità dell’individuo, potenziandolo in maniera naturale e non invasiva per risvegliarne la capacità di auto-guarigione. Questo, in effetti, è il primo principio su cui si basa tutta la filosofia naturopatica: Vis medicatrix naturae ovvero la fiducia nel potere di guarigione della natura. Il corpo ha una capacità innata di guarire da sé, se non ostacolato da uno stile di vita errato come una dieta alimentare non idonea, ritmi eccessivamente stressanti, un’attività mentale caratterizzata da emozioni negative e travolgenti, scarso movimento, assunzione di sostanze tossiche, tra cui anche quei farmaci non strettamente necessari. Un naturopata senza tale fiducia potrebbe farsi distrarre dal sintomo e non avere la pazienza necessaria per arrivare al riconoscimento e alla rimozione della causa da cui ha avuto origine. Quest’aspetto rappresenta il secondo importante principio di base della naturopatia: Tolle causam ovvero identificare e trattare la causa.

Per identificare l’origine del disagio, il punto  di partenza di ogni indagine naturopatica, è la valutazione delle condizioni generali di salute psico-biologica e dell’energia vitale del soggetto attraverso un’anamnesi svolta con l’aiuto di tecniche diagnostiche come l’iridologia, la riflessologia plantare e un approfondito colloquio attraverso l’ascolto consapevole. L’indagine esplorerà il vissuto personale del paziente dal punto di vista emozionale, relazionale e organico prendendo in esame la funzionalità dei diversi apparati d’organo (circolatorio, respiratorio, digestivo, urinario, nervoso), il livello del sistema immunitario, i sovraccarichi tossinici e le diverse intolleranze, il terreno costituzionale e orto molecolare tra cui vitamine, sali minerali, oligoelementi.

I trattamenti naturopatici, saranno differenti per ciascun individuo, ma tutti, per essere tali devono rispondere a un altro importantissimo principio: non nuocere al malato (Primum non nocere) ovvero occorre utilizzare metodologie e prodotti i cui effetti collaterali siano nulli o minimi.

L’obiettivo, non mi stanco di ripeterlo, è sempre quello di ripristinare l’equilibrio attraverso la stimolazione della capacità di auto-guarigione del corpo.

E’ facilmente comprensibile che questo non sia un risultato ottenibile limitandosi a sopprimere il sintomo; ancora meno ottenibile se s’inducono ulteriori squilibri, a causa degli effetti collaterali dei rimedi utilizzati. Se l’organismo, inoltre, è intossicato non sarà in grado di rispondere efficacemente ad alcun trattamento, se prima non si favorisce l’eliminazione delle tossine accumulate. Ecco perché, in tali casi, è sempre consigliabile un programma di disintossicazione, prima di procedere con gli opportuni rimedi richiesti dal caso.

Ritorniamo alla domanda iniziale: cosa fa, dunque un naturopata se non si occupa del sintomo? Abbiamo visto che si occupa degli squilibri al livello organico e psichico da un punto di vista bioenergetico e olistico ovvero si occupa dell’individuo nella sua globalità.

Questo vuol dire che lo accompagna nel suo percorso verso una nuova condizione di benessere, ma per poterci riuscire deve conquistare la sua fiducia al punto da indurlo a cambiare comportamenti e abitudini radicate nel tempo.

Non è semplice, infatti, chiedere a qualcuno di modificare il proprio stile di vita: si può fare in modo corretto e non invasivo, solo se si è compreso cosa voglia dire educare, parola che viene dal latino “educere” ovvero tirar fuori. Anche in quest’accezione, dunque, per il naturopata non è possibile standardizzare, dal momento che educare vuol dire portar fuori ciò che ciascuno ha dentro, partendo da quel nucleo unico e personale.

Il principio rimane valido per tutti: educare per rendere l’individuo indipendente e consapevole nel mantenere il miglior livello di salute e benessere per lui raggiungibile.

In questo senso il naturopata è un formatore e, in quanto tale, il suo campo principale d’azione dovrebbe essere la prevenzione. Purtroppo questo non è sempre attuabile, dal momento che non si è ancora diffusa una cultura, tale per cui, si fa ricorso alla naturopatia per conservare la propria salute, ma molto spesso si approda come ultima risorsa, quando ormai, anche la medicina ufficiale non ha trovato cure oppure non offre altre soluzioni.

Questo vorrebbe essere uno spunto di riflessione per promuovere su larga scala la naturopatia come stile di vita da seguire sin dalla più giovane età, al fine di preservare la condizione di salute di ciascuno.

Se “prevenire è meglio che curare” possiamo dire che “una dose di naturopatia al giorno, toglie il medico di torno”.

Relativamente ai trattamenti e alle tecniche specifiche il naturopata può spaziare su più fronti: dalla trofologia e diete alimentari, ai consigli di prodotti ed integratori che non richiedono prescrizione medica e può utilizzare diverse tecniche non invasive di riflesso- stimolazione o manuali.

In base alla sua preparazione ed esperienza si può occupare di pratiche molto varie:

  • iridologia
  • riflessologia
  • posturologia
  • aromaterapia
  • bioenergetica
  • cromoterapia
  • idroterapia
  • floriterapia
  • pranoterapia
  • Kinesiologia applicata
  • posturologia
  • ayurveda
  • musicoterapia
  • massaggi
  • tecniche di rilassamento
  • tecniche di meditazione
  • tecniche di comunicazione
  • tecniche corporee
  • ..

Empatia

Empatia

L’empatia può essere suddivisa in tre livelli sovrapposti, corrispondenti a tre differenti relazioni:
a. Empatia di base che coincide con l’ identificazione, ovvero la capacità di cambiare punto di vista su di una situazione senza perdersi. detta in un altro modo può essere vista da una parte come la capacità di distinguere sé dall’altro e, dall’altra, come la capacità di assumere il punto di vista dell’altro.
Si tratta di immaginarsi cosa si potrebbe provare a pensare al posto dell’altro (che può essere un altro essere umano oppure un essere immaginario come il protagonista di un film). E’ possibile identificarsi con qualcuno senza neppure vederlo o senza che l’altro se ne accorga. L’empatia così definita alimenta la reciprocità, supportando la solidarietà e il mutuo soccorso.

 b. Empatia reciproca Alla capacità di mettersi al posto dell’altro si somma il desiderio di essere riconosciuto dall’altro ovvero della capacità dell’altro di mettersi al mio posto e di avere così accesso alla mia realtà interiore, di comprendere quello che comprendo e di provare quello che provo. Questo mutuo riconoscimento apre la possibilità ha tre aspetti fondamentali in una relazione: riconoscere all’altro la possibilità di avere stima di sé come io ce l’ho di me stesso (componente narcisistica); riconoscergli la possibilità di amare e di essere amato (componente delle relazioni oggettuali); riconoscergli la qualità di soggetto del diritto (componente della relazione di gruppo)

c. Intersoggettività. A questo livello l’empatia consiste nel riconoscere all’altro la possibilità di chiarire aspetti di me stesso che ignoro. Non si tratta più di identificarsi nell’altro, né di riconoscere all’altro la capacità di identificarsi con me, ma di scoprire, attraverso l’altro, parti di me che non conoscevo e permettere di lasciarmi trasformare da questa scoperta. La relazione può divenire un modo per migliorare entrambi.

In tal modo ognuno di noi scopre contemporaneamente l’altro e se stesso, ma il percorso può farci incontrare  angosce intense legate alla paura di essere manipolato, alienato dalla propria libertà e del proprio desiderio, cioè di essere assorbito nell’altro e di cessare un’esistenza autonoma.
A volte questa paura ci porta a voler manipolare l’altro per ottenere il controllo ( per timore di essere sottoposto al dominio dell’altro) . In questo senso possiamo affermare che pi è forte il bisogno di controllare meno spazio vi è per lo sviluppo dell’empatia e che, al tempo stesso, l’unico possibilità che abbiamo di vivere relazioni appaganti è sviluppare l’empatia  e cercare di coltivarla nelle proprie relazioni.

Autostima

Autostima

Una definizione condivisa potrebbe essere la seguente:
“Insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso” (Battistelli, 1994).

L’autostima di una persona non scaturisce, però, esclusivamente da fattori interiori individuali, ma si è visto che hanno una certa influenza i confronti che l’individuo fa, consapevolmente o no, con l’ambiente in cui vive e l’interazione con gli altri.
La buona notizia è che l’autostima può essere modificata e costruita giorno dopo giorno attraverso tecniche e strategie cognitive.

Nel processo di formazione dell’autostima distinguiamo due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale corrisponde alla visione oggettiva delle proprie abilità ovvero a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale corrisponde a come l’individuo vorrebbe essere.
L’autostima scaturisce dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le nostre aspettative ideali. Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.

La presenza di un sé ideale non è negativo di per sè, può essere addirittura uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale.
Possedere un’alta autostima, dunque, è il risultato di una limitata differenza tra il sé reale e il sé ideale. Significa saper riconoscere in maniera realistica di avere sia pregi che difetti, impegnarsi per migliorare le proprie debolezze, apprezzando i propri punti di forza. Tutto ciò enfatizza una maggiore apertura all’ambiente, una maggiore autonomia e una maggiore fiducia nelle proprie capacità.

Le persone con un’alta autostima dimostrano una maggiore perseveranza nel riuscire in un’attività che le appassiona o nel raggiungere un obiettivo a cui tengono e sono invece meno determinate in un ambito in cui hanno investito poco. Si tratta di persone più propense a relativizzare un insuccesso e ad impegnasi in nuove imprese che le aiutano a dimenticare.

Al contrario, una bassa autostima può condurre ad una ridotta partecipazione e a uno scarso entusiasmo, che si concretizzano in situazioni di demotivazione in cui predominano disimpegno e disinteresse. Vengono riconosciute esclusivamente le proprie debolezze, mentre vengono trascurati i propri punti di forza. Spesso si tende a evadere anche dalle situazioni più banali per timore di un rifiuto da parte degli altri. Si è più vulnerabili e meno autonomi. Le persone con una bassa autostima si arrendono molto più facilmente quando si tratta di raggiungere un obiettivo, soprattutto se incontrano qualche difficoltà o sentono un parere contrario a ciò che pensano. Si tratta di persone che faticano ad abbandonare i sentimenti di delusione e di amarezza connessi allo sperimentare un insuccesso. Inoltre, di fronte alle critiche, sono molto sensibili all’intensità e alla durata del disagio provocato.

Ma cosa concorre a far sì che un individuo si valuti positivamente o negativamente?
Ebbene ci si auto-valuta in merito a tre processi fondamentali:

Specchio sociale: assegnazione di giudizi da parte altrui, sia direttamente che indirettamente ovvero ci autodefiniamo attraverso le opinioni comunicate dalle persone per noi importanti (ed a volte anche non importanti).
Confronto sociale: la persona si valuta confrontandosi con chi lo circonda e da questo confronto ne scaturisce una valutazione.
Processo di auto-osservazione: la persona, osservandosi, può riconoscere le differenze tra se stesso e gli altri.

In generale:
La percezione di una distanza tra come siamo e come vorremmo essere genera emozioni negative di tristezza, tale per cui siamo portati a mettere in atto strategie e comportamenti per minimizzare in qualche modo tale differenza percepita.

Talvolta le autoanalisi che contribuiscono definire l’autostima di una persona sono falsate dalle sue distorsioni cognitive, ovvero da pensieri che inficiano la considerazione di sé.

Il processo mediante cui ci si auto-valuta è dovuto anche alle attribuzioni causali ovvero spesso si cerca di spiegarsi un evento collegandolo ad una causa. Spesso si tende ad attribuire un successo raggiunto ad una causa esterna (es. la fortuna) oppure ad una causa interna (es. la tenacia).

Strategie per incrementare l’autostima
l’incremento delle capacità di problem solving, poichè spesso l’autostima è funzione delle proprie capacità di risolvere i problemi.
l’implementazione del dialogo interno (self – talk) positivo; l’autostima, infatti, può essere incrementata attraverso il dialogo positivo con se stessi, utilizzando la propria voce interiore. In altre parole, se noi per primi inviamo dei messaggi positivi alla nostra mente, è molto probabile che le autopercezioni possano migliorare.
la ristrutturazione dello stile attribuzionale, tesa a farci raggiungere una maggiore obiettività, grazie alla quale potremmo, ad esempio, interpretare gli avvenimenti o le situazioni che non dipendono da noi come semplicemente sfavorevoli.
il miglioramento dell’autocontrollo;
la modificazione degli standard cognitivi: ponendoci aspettative eccessivamente elevate, infatti, corriamo il rischio di non essere all’altezza di quelle attese e, quindi, di influenzare l’autopercezione.
il potenziamento delle abilità comunicative.

Consiglio: tieni ben presente che la mente è ‘come una lente: la visione di sé stessi e del proprio corpo avviene attraverso questa lente che può modificare, deformare, ampliare o distorcere ciò che osserva.
Dobbiamo quindi imparare a conoscere questa lente e i suoi filtri, perché essa influisce non solo sul modo in cui vediamo il nostro corpo, ma sul modo in cui vediamo noi stessi in generale. A sua volta, il modo in cui vediamo noi stessi è a fondamento del nostro modo di porci rispetto all’ambiente, alla nostra vita. Dobbiamo imparare a neutralizzare le visioni distorte che non ci permettono di accettarci per come siamo

Un concetto che interviene nelle valutazioni che la persona compie su se stessa e, di conseguenza, influenza l’autostima è quello di autoefficacia.
Per autoefficacia si intende la fiducia nelle proprie capacità di escogitare le strategie che ci consentono di affrontare nel modo ottimale qualsiasi evenienza. Il concetto di autoefficacia dipende da molte variabili tra cui l’esito brillante di precedenti situazioni problematiche affrontate, lo stato di benessere derivante e le auto-persuasioni positive; anche la capacità di immaginarsi vincenti in esperienze gravose sembra migliorare la fiducia nelle proprie capacità.

I 7 PRINCIPI DELLA MINDFULNESS

I 7 PRINCIPI DELLA MINDFULNESS

I 7 principi della Mindfulness per sviluppare la Consapevolezza sono i seguenti: mente del principiante, non-giudizio, pazienza, fiducia, non-sforzo, accettazione, lasciar andare.

Mente del Principiante
La mente del principiante consiste nel guardare all’esperienza come se fosse la prima volta, ritrovando la freschezza del percepire ogni cosa come nuova. Nella pratica Mindfulness verrà chiesto di portare questa freschezza nel quotidiano, provando a fare le cose di ogni giorno con occhi nuovi, come se fossero fatte per la prima volta. Questo permette di cogliere tutte le opportunità che il nostro presente ci offre e di cui non siamo consapevoli a causa della nostra “naturale” attitudine a stare con il pilota automatico attivato e a farci “portare a spasso” dalla mente errante.

Non-giudizio
La mente formula continuamente giudizi: “mi piace”, “non mi piace”, “va bene”, “non va bene”. I giudizi non riguardano solo esperienze esteriori, ma possono riguardare anche giudizi interiori su come pensiamo di essere o su come dovremmo o non dovremmo essere. I giudizi possono essere una guida per le nostre scelte, ma spesso ci costringono a re-agire, la Mindfulness permette di sviluppare la capacità di osservare i nostri giudizi senza reprimerli, ma senza la necessità di dover re-agire in base ad essi.

Pazienza
La pazienza è la virtù dei forti, è saggezza, è saper attendere che ogni cosa avvenga quando giunge il momento. Lasciare che le cose possano accadere da sé, nel rispetto del loro tempo. Pazienza vuol dire anche attendere con amorevolezza che la nostra mente si acquieti, che si crei uno spazio tra i pensieri.

Fiducia 
 
Fiducia in se stessi e fiducia nella vita. Aprendoci con fiducia all’esperienza permettiamo che le nostre qualità possano esprimersi.

Non-Sforzo
Sforzarsi è lottare, sforzarsi nella pratica significa voler ottenere qualcosa. I risultati raggiunti con lo sforzo non sono un reale cambiamento se non rispettano i tempi di ciascuno. Il vero cambiamento arriva proprio quando smettiamo di cercarlo.

Accettazione
Accettare le cose così come sono ovvero smettere di lottare contro quanto accade.
Non si tratta di rassegnazione nei confronti dell’esperienza, ma di chiara osservazione di quanto accade, vedere le cose così come sono e viverle con consapevolezza.

Lasciare andare
La mente ha la naturale tendenza a trattenere il flusso di pensieri, emozioni e ricordi e, spesso, venirne travolta. La meditazione aiuta a sviluppare la capacità di osservare di ciò che accade nel qui ed ora, questo permette di fare un passo indietro e di osservare ciò che mi sta accadendo senza re-agire inconsapevolmente e/o esserne travolti. Lasciare andare significa liberarsi di ciò che non serve e lasciare essere ciò che è.